NEW
YORK - Ho visto Mike Tyson scontare la sua pena" alla Gleason's
Gym di Brooklyn, Mike è qui a scontare la sua "pena".
C' è una bella frase scritta sul muro appena entri, è
dell'Eneide di Virgilio: «Se pensi alla gloria, se tanta
forza nel petto credi d'avere, osa, offri il petto, con i guanti
allacciati, i pugni in guardia, tu, gran coraggioso». Mike
non è brutto e cattivo. L'ennesima sentenza che lo vede
carnefice lo costringe a tornare alla Gleason's dove è
nato, dove lo ha portato il grande Cus D'Amato, che lo ha introdotto
e cresciuto. E' lì, con i bambini di dieci anni, di
tutti i colori, insegna a portare i colpi. Uno gli prende la mano
e non se ne stacca più. E lui va in giro così per
la palestra. I bambini lo guardano seri, pendono dalle sue labbra,
incantati dai suoi movimenti, dal suo stile, dal suo sorriso dolce
e convincente. Mike fa qualche finta, gioca, i ragazzi se lo contendono.
Io con loro. Tutti al sacco, tutti alla speedy ball, tutti in
circolo, convinti del suo modello atletico. E' un grande
intrattenitore, se li cura i ragazzi, salta la corda che non la
vedi tanto è veloce. I ragazzi più grandi se lo
mangiano con gli occhi e uno di loro sale addirittura sul Ring,
sotto gli occhi sgranati di tutti, per uno sparring molto leggero,
ammicca colpi al corpo e al viso. Una grande lezione di Boxe e
tutti orgogliosi di essere capitati lì con il grande Mike
alias Iron . Ed è così tutti i giorni sino alla
fine della «pena».
I piccoli pugili non sanno e non sono interessati
alle ingiurie con le quali
qualche donna troppo avida e qualche «amico» troppo
interessato, davvero
tanto, hanno alimentato la sua fama di mostro. Mike ci ha messo
del suo, è
vero, ma è anche un ragazzo difficile con traumi esistenziali
alle spalle e
quindi pronto ad attraversare le corde del Ring. E' una regola:
ci vuole uno
choc per salire sul Ring. Mi scuso per la licenza di non psichiatria.
E' «adorable», Mike Tyson, una leggenda della
Boxe. Lui rappresenta la
Gleason's Gym il mito delle palestre di Boxe in America, la più
importante
dal 1937, quando Bob Gagliardi, italo-americano, per dare appeal
alla sua
palestra nata nel Bronx, ha utilizzato il nome di un pugile irlandese
Bobby
Gleason. In quel periodo gli irlandesi avevano la meglio a New
York. Costava
2 dollari al mese. Ci sono passati tutti, da Phil Terranova e
Jake La Motta
a Rocky Graziano e Carmen Basilio, da Muhammad Ali e Joe Frazier
a Larry
Holmes e George Foreman, da Kid Paret ed Emile Griffith a Carlos
Ortiz, a
Vito Antuofermo, a Roberto Duran, fino ad oggi agli Arturo Gatti,
ai Shan
Mosley, ai Mike Tyson. Tantissimi giovani, si allenano tutti giorni,
tutti
con le regole della Gleason.
La palestra ti lascia vibrazioni intense, ha un odore speciale
di umanità
qualunque sia il motivo per cui ci entri, per allenarti, perché
sei un vero
campione o perché fai parte di quelli che vogliono esserci,
o sei semplice
spettatore. Comunque sei il benvenuto e, soprattutto, rispettato.
Bella la Gleason's Gym con i suoi muri rossi, il pavimento di
cemento,
quattro Ring, su uno ci puoi salire solo con gli stivaletti di
pelle e le
suole in cuoio, dieci sacchi almeno, corde, specchi dove mettere
a punto
movimenti, cyclette, spogliatoi, docce, armadietti, circa 1500
metri
quadrati di paradiso della Boxe. Il suono delle speedy balls e
dei sacchi è
un ritmo che coordina le azioni degli allenamenti. E' un suono
naturale. E
l'odore, non me lo dimentico. Me lo porto addosso. Ci arrivi
passando sotto
il ponte di Brooklyn, è in Front Street al secondo piano.
Impareggiabile il
panorama nei dintorni, sia che il cielo sia arrabbiato, sia che
sia blu, si
riflette nell'acqua.
All'angolo della strada ci ha girato una scena Sergio Leone
in «C'era una
volta in America» . Alla Gleason's Gym ci ha girato Martin
Scorsese il suo
«Toro Scatenato», qui si è allenato per mesi
Robert De Niro, premio Oscar
per il ruolo di Jake La Motta.
Bruce Silverglade è lì che ti aspetta, disponibile
con tutti. E' il terzo
proprietario dai tempi di Bobby Gleason. Cura la palestra, è
la sua casa, ci
ha investito tutti i suoi soldi, mantenendo il calore e l'armonia
che
Gleason aveva creato. E' pulita e non c'è aria
condizionata, ma ha grandi
ventole per quando a New York l'umidità è insopportabile.
Il prezzo è uguale
per tutti 70 dollari al mese, i dilettanti ne pagano 10 meno e
poi una bella
iniziativa, chiamata «Dài un sogno a un bambino»,
che offre ai ragazzini di
sette, otto anni senza previlegi la possibilità di frequentarla
gratuitamente.
La sensazione alla Gleason's Gym è di un vera accettazione
e uguaglianza, un
microcosmo della società, grezza, difficile, di tutte le
razze, tutti con
grandi sogni da realizzare. E' chiaro, per me, da dove viene la
sua bella
reputazione. Mi racconta Bruce che nella palestra ci sono rappresentate
167
Nazioni. Nel suo ufficio ti perdi sui muri a guardare le foto
dei leggendari
campioni. All'angolino del bar c'è un televisore che trasmette
solo incontri
di Boxe. Tutti quelli che lavorano alla Gleason's Gym si sentono
importanti, perché si portano addosso la storia di uomini
che hanno fatto la
storia di questo sport, spesso ne hanno raccolto le confidenze.
E i trainer? Qualche grande ex come Carlos Ortiz, che ha vinto
e poi perso
due volte con Duilio Loi, ho la fiducia delle sue parole.Ho incontrato
Emile
Griffith che mi racconta dal suo profondo e chiude con un grande
bacio al
suo figlioccio di cresima Giuliano Benvenuti, il terzo match con
suo padre
Nino fu la splendida inaugurazione del nuovo Madison Square Garden.
Il
nostro Vito Antuofermo, mi cattura e mi racconta ci interrompe
Bruce
Silverglade ha per lui parole che vanno oltre il Ring, per la
sua
grandissima umanità.
Poi Bob Jackson che viene dal recupero dei ragazzi nella prigione
di
Sing-Sing (mi domanda: chi è il più grande campione
di tutti i tempi? La mia
risposta dritta al cuore non lo delude: Sugar Ray Robinson. E
da lì fiumi di
parole e racconti e aneddoti). Ce ne sono altri 78 di allenatori,
che
motivano, che assemblano pezzi di personalità per farne
campioni, o
indirizzano ragazzi di strada. Con un po' di talento e tanta
disciplina
puoi far tua la "noble art".
E' semplice capire che Mike Tyson qui sia a casa, supportato
dall'affetto
dalla grande famiglia della Boxe, che è molto intima. Non
riguarda la
galera, non è storia di record. Mike qui è ammirato
per la sua amabilità.
Gli parlo e lui non stacca lo sguardo dal mio, mentre le parole
s'infilano
una dietro l'altra. Lui è stato in Italia, mi abbraccia
forte, che mi fa
piacere, mi dà «high five», mi stringe la mano
senza farmi male. Bruce
scatta la foto. Mike firma autografi, foto, senza nessuna presunzione.
Nei
gesti di Mike non c'è nulla da fraintendere. Le ragazze,
qualcuna convinta
«pugile», la maggior parte in palestra per la forma,
scambiano battute con
il campione. In palestra ci sono le regole sportive e qui Mike
è nel suo
ambiente, tutti con lui, le rispettano. E' uno sportivo,
non un malvivente.
La Boxe l'ha riscattato, lui deve molto alla Boxe. Mi piace molto
la
decisione di scontare la pena per quella rissa a Brooklyn davanti
all'Hilton, non solo tra i ragazzi e tra i pugili professionisti,
ma anche
fra i colletti bianchi che per un giorno vogliono essere al centro
del Ring.
Sono avvocati, giudici, uomini d'affari, ragazze, ci sono le mamme
dei
giovani aspiranti, fa bene a Mike ma fa bene anche alla gente
vedere il suo
volto vero. Così come l' ho visto io.
Ispirato a Giancarlo Garbelli
Vedremo la Gleason's Gym nel film "The Fighter"
La vita di Mike Tyson in qualche modo mi ha ricordato il mio
primo film
«Tentazioni Metropolitane», storia di una detenuta
in semilibertà che ho
prodotto, scritto, diretto e interpretato a Milano tra le carceri
di San
Vittore e Opera.
Sono amata e mi piace il mondo della Boxe, da sempre. Ci sono
nata e ne
riconosco l'odore e le emozioni sin da bambina. sono entrata
in punta di
piedi, mi hanno riconosciuta come figlia d'arte, non mi rendevo
conto di
esserlo sino a che, con determinazione, tre anni fa mi sono messa
a
costruire «The Italian Fighter», storia di mio nonno
e di mio padre,campioni
di Boxe. Mi aspettano e a me non manca l' odore del sudore e della
fatica
per realizzare i grandi sogni, senza i quali il Cinema non esiste.
Tanti
appuntamenti, tanta solidarietà, una serata «cigar
night» a favore del Fits
(la fondazione che supporta i pugili quando terminano la carriera,
a
proposito dove sono finite le firme che ho raccolto per il disegno
di legge
per il vitalizio agli ex-pugili italiani, una magnifica generazione,
in via
di estinzione?).
Tante confidenze, tanto materiale e così ne è venuto
fuori anche un
"backstage", un documentario di cui ho già registrato
7 ore.
I dintorni della palestra sono fantastici, l'acqua, i ponti di
Brooklyn e
Manhattan, il passaggio pedonale romantico ma metropolitano, con
le auto che
senti e non vedi. Il cielo con la luce a cavallo, stupenda, con
lo sfondo di
una chiatta sulla quale potrei scrivere «Mamma Leone Restaurant»,
più bello
di quello che era, un'altra cosa, ma il Cinema è fantasia
dunque, nella mia
testa, ho una visione precisa. I colori sono magici. La mia sceneggiatura
con la consulenza di preziose firme di questo sport, l'ho
adattata in
inglese-americano con il più simpatico e preparato, scrittore-storico
del
pugilato americano, Bert Randolph Sugar, è ora in mano
ai potenti agenti
dello star system. Ho puntato in alto per il cast di «The
Italian Fighter»,
al momento ho fatto un cast giovane, come ovvio che siano gli
atleti. La
mia scoperta alla Gleason's Gym, si chiama Paul Malignaggi,
alias Magic Man,
23 anni, nato a Brooklyn da genitori italiani, bravo, disciplinato,
capace,
arrogante, simpatico, si è assicurato un ruolo nel mio
film. Se lo merita.
Ha già un grande sparring partner, artisticamente parlando:
Giancarlo
Giannini.
Alla Gleason's Gym sono proprio come a casa a Milano, con
i miei amici
pugili, i maestri di Boxe, l'Andrew's Square, palestra di pugilato
e non
solo, che in accoglienza non ha niente da farmi rimpiangere. Insomma
a
Milano come a New York ho trovato un grande calore, affetto e
reale supporto
professionale per il mio film . «Ci manchi», mi hanno
scritto dalla
Gleason's Gym e io adesso devo tornare con tutti pezzi del grande
puzzle
del film tra l'Italia e l'America. E' il mio di sogno che
si realizza, con
tutta la mia poesia possibile per rendere omaggio alla Boxe che
è riscatto
sociale. Il Ring non ti manda in galera, ti fa uscire dall'abisso,
aiuta la
disperazione. La Boxe ti dà le regole per entrare nella
società e viverla da
uomo sano. copyright(c)2004allrightsreserved